Nafas, il respiro del Mediterraneo. A Gibellina la quarta edizione di BAM

Tra Italia e Tunisia, un epistolario fatto di arte, letteratura, memorie e attraversamenti. Dall’8 novembre al 20 dicembre, torna la Biennale Arcipelago Mediterraneo

C’è un respiro che attraversa il Mediterraneo. Si muove tra le sue sponde, accompagna le rotte, custodisce le memorie, supera confini geografici e culturali. È un respiro che parla lingue diverse, che porta con sé storie di partenze e ritorni, di appartenenze e trasformazioni. Un movimento continuo, come quello delle onde e delle nuvole, che non conoscono frontiere e disegnano geografie sempre nuove.

È da questa immagine che prende forma Nafas, parola araba che significa appunto “respiro”, titolo della IV edizione di BAM – Biennale Arcipelago Mediterraneo, organizzata da Fondazione Merz e Fondazione MeNO. Un progetto che dall’8 novembre al 20 dicembre 2026 abiterà Gibellina, Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, trasformandola in un luogo di incontro, ascolto e sperimentazione artistica grazie al coinvolgimento di artisti, artiste e protagonisti della scena culturale internazionale, tra cui Michele Guido, Romeo Castellucci, Ilaria Maria Sala, Saba Sbaih, Mohammed Abusenjer, Marwa Manai, Sameur Hamrouni e Basma Baazaoui.

L’apertura, l’8 novembre al MAC, sarà affidata al talk “Il filo verde tra arte e suolo”, dedicato ai temi del paesaggio, primo momento di un calendario che intreccia mostre, residenze artistiche, performance e incontri pubblici. Michele Guido, Ilaria Maria Sala e Saba Sbaih si confronteranno in un dialogo che esplora il legame che attraversa e connette le loro ricerche. La conversazione si svilupperà intorno all’immagine del giardino inteso come spazio pubblico, politico, relazionale e quindi ecologico; alle forme di sfruttamento della natura, sia per la sua utilità immediata sia per la costruzione di simbolismi funzionali alle ideologie dominanti; e alle intersezioni tra agroecologia ed espressione creativa, focalizzando lo sguardo sul ruolo dell’arte nell’attenzione verso luoghi in disuso o trascurati, e nella capacità di innescare un dibattito che possa favorirne il recupero consapevole. Al centro della riflessione anche la possibilità di preservare la specificità, la storia e la memoria di un luogo, generando al contempo significati che siano facilmente comprensibili e di facile interpretazione per la comunità.

Respirare è forse il gesto più semplice e universale che ci accomuna. Ognuno lo compie con il proprio ritmo, ma nessuno può farlo senza condividere l’aria con gli altri. Ed è proprio in questa fragile, necessaria interdipendenza che Nafas trova il senso più profondo del suo racconto: immaginare un Mediterraneo capace di respirare insieme, senza perdere la pluralità delle sue voci. A dargli corpo anche un dialogo tra due sponde, l’Italia e la Tunisia, immaginato come epistolario letterario tra due autori di primo: l’italiano Dario Voltolini e la tunisina Amira Ghenim. Una corrispondenza che non mira a trovare risposte, ma ad aprire domande, riconoscere differenze, costruire nuove forme di prossimità.

In questo racconto, Gibellina assume un significato particolare. Città che ha fatto dell’arte uno strumento di rinascita, dopo la distruzione del terremoto del 1968, è essa stessa un paesaggio della memoria e della trasformazione. Un luogo in cui il passato non è una presenza immobile, ma continua a dialogare con il presente attraverso le opere, le architetture e le tracce di una storia collettiva.

Le nuvole e le onde sono le immagini che accompagnano la pratica curatoriale. Le prime custodiscono la dimensione mutevole della memoria, la capacità delle storie di condensarsi, disperdersi e ricomporsi altrove. Le seconde raccontano il movimento fisico dell’attraversamento, le migrazioni, le rotte, le frequenze e i segnali che mettono in comunicazione luoghi distanti. Entrambe suggeriscono una geografia mobile, porosa, nella quale ogni incontro lascia una traccia e ogni attraversamento produce un cambiamento.

È una visione che assume un valore ancora più intenso nel presente, mentre il Mediterraneo continua a essere attraversato da conflitti, disuguaglianze, emergenze ambientali e tensioni politiche.

“In questo scenario – dicono le curatrici Valentina Greco e Giulia Turconi – l’arte non pretende di cancellare le contraddizioni, ma può renderle visibili, dare spazio a narrazioni differenti, generare occasioni di confronto. Può soprattutto restituire complessità a un mare troppo spesso raccontato soltanto attraverso le sue fratture”.

Programma 2026

8 novembre h. 11 Biblioteca del MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina

Il filo verde tra arte e suolo

Giardino, fiori e agricoltura con Michele Guido, Ilaria Maria Sala e Saba Sbaih, in dialogo con Giulia Turconi e Valentina Greco  

Michele Guido, Ilaria Maria Sala e Saba Sbaih si confronteranno in un dialogo che esplora il filo verde che attraversa e connette le loro ricerche. La conversazione si svilupperà intorno all’immagine del giardino inteso come spazio pubblico, politico, relazionale e quindi ecologico; alle forme di sfruttamento della natura, sia per la sua utilità immediata sia per la costruzione di simbolismi funzionali alle ideologie dominanti; e alle intersezioni tra agroecologia ed espressione creativa.  

Il dialogo approfondirà inoltre il ruolo dell’arte nell’attenzione verso luoghi in disuso o trascurati, e nella capacità di innescare un dibattito che possa favorirne il recupero consapevole. Al centro della riflessione sarà anche la possibilità di preservare la specificità, la storia e la memoria di un luogo, generando al contempo significati che siano facilmente comprensibili e di facile interpretazione per la comunità.  

Michele Guido (Aradeo, 1976) nel suo lavoro si concentra su pratiche come la sezione degli elementi vegetali e la stratificazione del disegno per ricavare l’elemento modulare che appartiene all’impianto genetico delle piante. Le sue indagini multidisciplinari si sviluppano in progetti più complessi, negli ultimi tempi il suo percorso di lavoro si è precisato intorno al tema del giardino come momento che coniuga l’elemento naturale con l’impronta mentale. Per BAM 2026 realizzerà un Giardino per la città di Gibellina.

Saba Sbaih (Beit Sahour, Cisgiordania) è un’artista visiva e agricoltrice di Al-Khader e coordinatrice del territorio presso Dar Jacir con una lunga esperienza nell’agricoltura biologica, nella preparazione del suolo e nella gestione delle colture. Il suo lavoro si concentra sull’intersezione tra agroecologia ed espressione creativa. La sua pratica ruota attorno all’”archiviazione attraverso la pratica”, una metodologia che va oltre la semplice conservazione dei materiali per analizzare attivamente e fare esperienza della terra. Attraverso la formazione sul campo e l’uso di materie prime locali provenienti dalla natura, esplora come il patrimonio agricolo tradizionale possa essere sostenuto e documentato in un processo continuo.

Ilaria Maria Sala è scrittrice, giornalista, poetessa e ceramista, e vive in Asia dal 1988. Ha compiuto gli studi a Pechino e Londra, poi si è spostata a Tokyo, per fare in seguito base a Hong Kong – trascorrendo nel frattempo lunghi periodi a Shanghai, Kathmandu e Dakar. È autrice di quattro libri: il primo, Il Dio dell’Asia, religione e politica in Oriente (Il Saggiatore, 2006) ha vinto il Premio Brice Chatwin per la letteratura di viaggio; Lettere dalla Cina (Una Città, 2011); Pechino 1989 (Una Città, 2019); L’Eclissi di Hong Kong, topografia di una città in tumulto (ADD Editore, 2022). Collabora a numerose testate, sia italiane che internazionali, fra cui Il Domani, Internazionale, Il Post, The New York Times, The Guardian, The South China Morning Post, e molte altre, ed è parte dell’associazione di giornalisti Lettera 22.